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FRAMMENTI

Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso... (De Andrè - Fiume Sand Creek)

La maggioranza sta come una malattia, come una sfortuna, come un'anestesia, come un'abitudine... (De Andrè - Smisurata Preghiera)

Un'idea sbagliata si chiama errore e se applicata si chiama sopruso. La somma di tutte le idee sbagliate si chiama maggioranza e se applicata la chiamano democrazia.


Sto leggendo:


Roberto Saviano - Gomorra

Sto ascoltando:

Coro delle Mondine di Bentivoglio - Pugni di riso

 

  dammi il tiro


 

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3 dicembre 2008

Mi prendono per il culo

Ho l'impressione che mi prendano per il culo.
Chi? Per cosa? Procediamo con ordine.
Nella mia modestissima attività di consigliere comunale di un paesino di settemila anime, così come nelle varie associazioni di cui faccio parte (in modo da non avere un minuto di tempo libero) mi capita di fare interventi su diversi argomenti in discussione.
In particolare, in politica ho preso l'abitudine ad intervenire solo sulle questioni di cui sono a conoscenza, perché sono troppo pigro per far funzionare il cervello e costringerlo a costruire frasi che non vogliano dire niente, ma che suonino efficaci. Il mio problema è che non so mentire, non so fingere di intendermene, non ho l'immenso dono della retorica paracula. Un limite o una questione etica, vedetela come vi pare.
Insomma, intervengo solo su argomenti in cui ho una certa competenza, su cui mi sono documentato, su cui vertono i miei interessi e i miei approfondimenti. Si possono sintetizzare in cinque temi: ambiente, energia, stili di vita, politiche giovanili, cultura.
Ho anche il vizio di ragionare su queste cose, forse per colpa di un'educazione vetero-marxista, infarcita del pensiero critico di quei culattoni della Scuola di Francoforte.

Ok, vengo al punto. Gli interventi che faccio su certi argomenti riscuotono molto successo nei dibattiti in corso. Spesso ricevo apprezzamenti per la profondità delle riflessioni e altrettanto frequentemente le mie parole vengono citate da chi interviene dopo di me. E' un susseguirsi di "Come giustamente ha detto Alessandro...", "Alessandro ha detto una cosa vera", "Alessandro ha centrato il punto". Mi è capitato anche che per esprimere apprezzamento, qualcuno infrangesse anche regole istituzionali, tipo applaudire in Consiglio Comunale.

E allora di cosa mi lamento? Non è per caso appagata la mia autostima?
No. Perché mi prendono per il culo.
Mi spiego. Non mi prendono per il culo per quello che dico, gli apprezzamenti e le citazioni dei miei discorsi non sono ironiche, sono reali.
Il problema è che all'apprezzamento non segue mai nulla. Se le mie idee e le mie parole anticipano il pensiero di tante persone, se si sentono in dovere di citarmi per riuscire ad esprimere meglio le loro opinioni, se veramente quel che dico è significativo...  perché cazzo non mi hanno mai proposto nulla? Perché se dimostro di saperne e di capirne più di molti altri su certi temi, perché cazzo non mi viene offerto di lavorare concretamente su quei temi? Perché cazzo non mi propongono di affidarmi un incarico, una responsabilità, la possibilità di applicare quel che dico?

La prima risposta è: mi prendono per il culo.
La seconda risposta, maturata in lunghi momenti di indagine introspettiva, è: non mi ritengono affidabile. L'attuale politica è gestita dai mediocri obbedienti, uno spirito critico potrebbe creare troppi problemi.
E allora, per piacere, se pensate che abbia idee valide, ma non sia abbastanza moderato e obbediente da considerarmi affidabile, vi chiedo lo sforzo di trattenere gli apprezzamenti ed evitare le citazioni di quello che dico.ù
Grazie.




permalink | inviato da smisuratapreghiera il 3/12/2008 alle 22:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

10 novembre 2008

Perdere senza aver partecipato

Con le tue finestre aperte sulla strada e gli occhi chiusi sulla gente
con la tua tranquillità, lucidità, soddisfazione permanente
(...)
col permesso di trasmettere
e il divieto di parlare
e ogni giorno un altro giorno da contare.

Com'è che non riesci più a volare
com'è che non riesci più a volare
com'è che non riesci più a volare
com'è che non riesci più a volare


(Canzone per l'estate - Fabrizio De Andrè)



I sogni non sono fatti per essere rinchiusi in un cassetto ad ammuffire. I sogni sono fatti per essere coltivati e, quindi, realizzati. Non è un verbo a caso, coltivare. Racchiude in sè un significato preciso, è una metafora azzeccata.
Se la vita è un campo di terra, coltivare i sogni implica dissodare il terreno, concimarlo, seminare, innaffiare. Una fatica incredibile, ma che non supererà mai la gioia della fioritura e la sazietà della raccolta.
Se invece si rinuncia a coltivare, ben presto cresceranno erbe infestanti che sceglieranno per noi come e dove crescere. Erbe che non daranno alcun frutto e men che meno gioia.

Viviamo in una dittatura di terreni incolti ed erbe infestanti. E proprio perché infestanti, queste erbacce cercano in tutti i modi di soffocare una possibile coltura, aborrono e scherniscono chi solo parla di seminare.
C'è voluta appena una generazione. Una sola generazione per far ammalare le persone di conformismo. Drogati da un benessere fittizio, convinti a suon di spot e slogan, comprati e, dunque, asserviti a modelli prestabiliti.

E così viviamo da automi, talmente privati della libertà da essere stati educati a chiamarla utopia. Menti confuse che non sanno più distinguere il reale dal possibile, considerando ciò che esiste come l'unica forma avverabile e, in estrema sintesi, giusta.
Oltre a tutto questo ci hanno resi soldati del Pensiero Unico, crociati che combattano ogni ipotesi diversa. Spaventati da essa e, quindi, violenti nel volerla contrastare. Difensori, non importa se volontari o meno, del modello dominante, sedotti dal "se la maggioranza vive in un modo, allora quello è il modo giusto".

E' in questo contesto che mi sono sentito dire, ad esempio, che ad una certa età si vota il meno peggio perchè si ha la responsabilità di una famiglia da mantenere. Me lo sono sentito dire nonostante il "meno peggio" in questione abbia prodotto solo fallimenti che hanno peggiorato le condizioni di quella famiglia stessa.
E mi sono dovuto persino sentir dire che se voto secondo coscienza e per ciò che mi rappresenta, lo faccio perchè sono giovane ed inesperto. Meglio così: almeno nella sconfitta sono in pace con la mia coscienza. Non penso possa dire altrettanto chi ha perso allo stesso, senza nemmeno la consolazione di aver ascoltato la propria coscienza.

Che dire poi se cerco di fare della mia vita ciò che voglio? Se cerco un lavoro che mi piaccia e mi batto per mantenerlo? Se anzi il mio lavoro me lo costruisco? Se non mi rassegno a fare un lavoro qualunque, da sfruttato qualunque, con un capo bastardo qualunque?
La risposta è che non vivo con i piedi per terra, che non so come va il mondo.
E io pensavo che coglione fosse chi accetta sempre senza obiettare, chi si lascia sfruttare per fare ciò che non ha mai amato fare, chi si rassegna, chi muore dentro, chi non riesce più a volare, come cantava De Andrè.

Se poi sogno uno stile di vita diverso da quello dominante, se abbandono la corrente per pensare un progetto diverso, ecco che si leva il coro dell'ostilità, si moltiplicano i bastoni fra le ruote, cominciano i rosari dei "non sai fare", "non hai idea", "non è possibile", detti da gente che non ci ha mai neppure provato, che non ha voce in capitolo.

Sono disposto a correre il rischio di essere una delle tante etichette che mi hanno cercato di appiccicare. Pronto a riconoscere di essere un illuso, un idealista, uno sprovveduto, un inesperto, un matto, un ingenuo, un emarginato.
Sono pronto ad accettarlo perché anche in quel caso io potrò dire di aver avuto una vita degna di essere vissuta.
Non altrettanto potrà dire chi si è sempre adeguato, chi ha lasciato crescere l'erbaccia nella propria vita invece di coltivare un sogno, chi ha deciso, per senso di non si sa quale responsabilità o più probabilmente per stupidaggine, di perdere senza nemmeno aver partecipato.




permalink | inviato da smisuratapreghiera il 10/11/2008 alle 13:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

23 ottobre 2008

Veltroni e la tabaccaia di Amarcord


E' inutile, Walter Veltroni proprio non ce la fa a fare l'opposizione. E' più forte di lui, non è nel suo dna.
L'ultima mancata presa di posizione riguarda le dichiarazioni di Berlusconi circa la protesta studentesca diffusasi ormai in tutta Italia. Il Cavaliere ha minacciato di mandare la polizia a manganellare gli studenti che occupano scuole e facoltà. Una minaccia inaccettabile, una risposta che si addice molto più ad un regime totalitario (...) che ad una democrazia. E il problema è che questo governo è capace di farlo.

Nemmeno queste minacce piuttosto esplicite, però, sono riuscite a destare l'orgoglio, la dignità, perfino il senso civico del leader del Pd.
Poteva rispondere qualsiasi cosa, poteva condannare senza appello quelle parole, oppure poteva puntare a gesti simbolici dicendo che i parlamentari del Pd avrebbero costituito un cordone umanitario per proteggere gli studenti. Poteva persino constatare quanto la destra sia in difficoltà per la protesta del mondo della scuola.
No. Non ci è riuscito nemmeno questa volta. Tutto quello che Veltroni ha saputo dire è: "Berlusconi soffia sul fuoco". Un'ovvietà. Completamente inutile peraltro.

Quando ho letto le parole flebili del leader del Pd mi è venuta in mente una scena dell'indimenticabile "Amarcord" di Federico Fellini, in cui la spettacolare tabaccaia maggiorata prende fra il proprio enorme seno un ragazzino per iniziarlo alla sessualità.
Il ragazzino, invece di succhiare i capezzoli si mette a soffiare e la tabaccaia, per contro, lo ammonisce: "Ma cosa fai? Soffi?!".

Insomma, Veltroni mi sembra la tabaccaia di "Amarcord" che, rivolta all'inesperto Berlusconi, gli dice: "Ma cosa fai? Soffi?!".


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8 settembre 2008

Pensiero di una notte storta in una settimana sbilenca di un mese a rovescio

Crescere vuol dire perdere la nitidezza delle cose, vedere affievolirsi i confini delle proprie certezze.
La preoccupazione prende il passo sulla leggerezza, lo squallore sulla dolcezza. Le emozioni si sopiscono, inscatolate in archivi del cuore tenuti sotto chiave. Raramente escono, raramente c'è qualcosa o qualcuno che riesce a forzare la serratura.
Si confonde l'accontentarsi con l'equilibrio, rinunciando a quest'ultimo per percorrere freneticamente sentieri già tracciati e fin troppo stretti.
Si perde il senso della necessità, ci si convince di avere bisogni che in realtà non si sono mai provati ed ecco che, senza nemmeno accorgersene, ci si trova vittime dell'omologazione.
Il possesso, l'avere, il disporre sono feticci per farsi gestire meglio. Finchè si alimenterà la dipendenza da questi feticci si vivrà come bestie allevate con molti bastoni e qualche carota.

Non è opportuno sostenere economicamente speculazioni commerciali per abitudine o, peggio, per imbarazzo. L'integrazione arrendevole è quanto di più deleterio possa capitare, perché si assorbono i vizi, i limiti e i difetti della cultura maggioritaria.




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7 settembre 2008

Frase del giorno/1

"Gli artisti sono gli anticorpi che la società ha contro il potere. L'artista non deve integrarsi."
Fabrizio De André


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18 agosto 2008

Estate

A lei, compagna di viaggio e di vita, che con un po' di tempo a disposizione per stare insieme si rasserena e diventa raggiante.
Ancora a lei, che sento tagliata su di me come un vestito incredibilmente di misura; che mi segue in quel che faccio, che sorride al mio entusiasmo infantile, che si spaventa a parlare di progetti, ma non riesce a rinunciare alla curiosità.

Alla natura, che riesce a stupire senza effetti speciali, che mescola la semplicità di tanti elementi rendendola emozionante. Alle camminate nei sentieri tracciati e ancor di più in quelli incerti.

Al bosco, che se rispettato ha sempre qualcosa da offrire: un fiore, un panorama, la traccia di qualche animale, funghi buonissimi, penne di poiana per fare gli indiani, la muta di un serpente, una cascata o delle corna di cervo. Ai cavalli che ci hanno portati e che col loro odore ci hanno permesso di vedere un daino.
Agli animali selvatici di cui subisco un fascino fanciullesco. Cervi, cinghiali, falchi, cicogne, scoiattoli, ghiri, tassi e anche orribili lumache marroni senza guscio.

A Stagno, che è un piccolo paradiso a soli settanta kilometri dal delirio della città. Andare a prendere l'acqua da bere in un ruscello, cercare porcini e galletti, raccogliere legna e spaccarla con un'accetta, fare la brace per una grigliata, andare al fiume, mangiare polenta e bere vino rosso e grappa.

Alla forza dei sogni che si vogliono tradurre in realtà.
Al senso di incertezza che nasce dalla consapevolezza di un bivio del destino: o realizzare il desiderio o vivere celando la frustrazione del non averci nemmeno provato.




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21 luglio 2008

Progettare la rivoluzione

Cresce il pane e la verdura, cresce il petrolio e con esso benzina ed energia, crescono i mutui.
L'unica cosa a non crescere mai - e ne abbiamo una certezza assoluta - sono gli stipendi da lavoro dipendente. Il nostro potere d'acquisto, insomma.
Siamo strozzati da un estratto conto anoressico e frustrati da un modello di sviluppo che ci vuole consumatori prima che cittadini.
Ci dicono come dobbiamo vivere, che ritmi dobbiamo avere; valutano la nostra produttività e il nostro spirito d'obbedienza. Controllano i nostri gusti, il modo in cui ci vestiamo, le scarpe che portiamo, come ci pettiniamo. Ci dicono come dobbiamo divertirci, dove trascorrere le vacanze vere, quelle da far invidia a colleghi ed amici. Scelgono per noi ogni cosa che facciamo nel minimo dettaglio.
E per questo li paghiamo profumatamente. In sostanza li paghiamo per dirci come vivere.
Solo loro a stabilire cos'è adeguato e cosa no, cos'è opportuno e cosa non lo è, qual'è la condotta da tenere in ogni circostanza, quali sono i gesti da evitare. E noi ci adeguiamo senza il minimo moto di opposizione, senza nemmeno mettere in discussione quel che ci impongono.
E' libertà questa? Siamo veramente liberi nell'andare a votare una volta ogni 5 anni per questo o quel partito? E' autonomia quella che ci permette di muoverci, come un treno, solo nei binari già tracciati?

Non siamo così ingenui da pensare a rivoluzioni armate, a nuove resistenze abortite prima di nascere. La nostra unica arma è sottrarci a queste logiche.
Come? Con l'autossufficienza.
Perché dipendere da un mercato quando possiamo ottenere le stesse cose ad un costo praticamente nullo? Perché pagare oro per avere quello che ci spetta? Perché fare debiti per sogni di divertimento che alla fine ci lasciano l'amaro in bocca?
Qualche folle illuminato l'ha già capito. E la risposta l'ha trovata quiqui.

18 giugno 2008

Iperattività



La Dea Kalì mi fa una pippa


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11 giugno 2008

La tristezza esogena

Domani ho 28 anni. Non ho la minima intenzione di avventurarmi in bilanci. Generalmente i bilanci sono di metà mandato o di fine corsa e, permettetemelo, 56 o 28 non mi sembrano bei numeri per morire.
Una cosa però mi fa pensare: le cause dell'infelicità. Ciò che rende infelici o, meglio, non permette di essere completamente felici non è sempre uguale nel corso della vita.
Nell'adolescenza c'è lo spleen, una sorta di cantiere dell'identità in cui, attraverso la malinconia e la tristezza, si costruisce la persona. E' qualcosa che nasce da dentro ed è molto utile, anche se lo si capisce dopo. Chi non lo vive in quegli anni è destinato ad essere un adolescente tardivo e a leggere libri di Enrico Brizzi o guardare film di Silvio Muccino dai 25 ai 30 anni. In altre parole: chi è causa del suo mal pianga se stesso.
Nell'età adulta-ma-non-troppo, dopo i 25 anni circa e prima dei 30-35, il cantiere dovrebbe essere ultimato, la costruzione realizzata. L'infelicità non nasce da dentro e, se vi nasce, può facilmente sfociare in depressione.
L'infelicità, alla mia età, è esogena. Sono fattori esterni a generarla. Sono i bastoni fra le ruote, sono gli incompetenti, sono le sfighe. Altrimenti sarei felice come un bambino di pochi anni che mangia, beve e non si preoccupa di nulla.


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10 giugno 2008

Se questa è Sinistra...

Siamo entrati in una nuova epoca fascista. Lo dico senza retorica e con tanta frustrazione. Lo spessore dei dibattiti che si fanno in Italia oggi, l'individuazione di nemici sempre nuovi - siano essi lavavetri, mendicanti, rom, clandestini o prostitute - e la totale assenza di una voce di opposizione, indicano chiaramente l'imbarbarimento e l'involuzione che stiamo vivendo.

Di fronte a tutto questo la Sinistra che fa?
Quella istituzionale è sparita dal Parlamento, dai giornali e dai luoghi pubblici. Pare non essersi più ripresa dalla batosta elettorale. Biodegradata insieme alle idee che portava avanti.

E quella sociale?
Se il paradigma è quanto sta accadendo a Bologna, la rovina è alle porte o forse è già arrivata.
Negli ultimi tre mesi a Bologna è successo di tutto. Si è cominciato con la comunicazione, quello che dovrebbe essere un tassello fondamentale nella formazione delle coscienze e del senso critico.
Una parte del cosiddetto "movimento" sfratta una radio trentennale, la più ascoltata radio locale di informazione, con un'accusa gravissima: aver rispettato la legge sulla par-condicio in campagna elettorale. Nello specifico la radio ha trasmesso, insieme a tutti gli altri, gli spot elettorali di Forza Nuova. Li ha trasmessi turandosi il naso, ma la legge, una volta scelto di trasmetterne uno, obbliga a trasmetterli tutti.
Questo è bastato ad accusare un'emittente dall'esperienza trentennale di "sdoganare il fascismo". E così, nella gara a chi è più comunista, è arrivato lo sfratto, non senza aver pubblicato tre comunicati fotocopia, scritti dalle stesse dieci persone, su tutti i siti di "movimento".

Il peggio, però, è venuto dopo. Nell'eterna faida tra i collettivi cosiddetti di sinistra, nell'eterna ricerca di una leadership e di una visibilità conquistata con manifestazioni di "purezza" dell'ideologia, c'è stato uno strappo grave, una frattura scomposta.
Un centro sociale ed un circolo anarchico hanno iniziato a provocarsi. Ben poco sono durate le allusioni, si è passati presto agli insulti. Dagli insulti verbali si è passati agli insulti murali, con accuse di infamia scritte sui muri. Poi c'è stata qualche piccola rissa. Infine, e qui sta il punto di rottura, un vero e proprio assalto, con tanto di spranghe, sassi e bombe carta. Trenta persone col volto coperto che hanno assalito il centro sociale distruggendo macchine e picchiando persone.
Quello che fa riflettere sono i metodi classicamente fascisti con cui sono state compiute queste azioni. Quello che farebbe sorridere, se la situazione non fosse drammatica, è che chi ha compiuto quei gesti è lo stesso che tutti i giorni grida all'antifascismo.

Nell'eterna e deleteria gara a chi è più "puro" e più "autonomo", il movimento bolognese ha perso di vista l'alternativa che voleva costituire e si è trasformato nel nemico che ha sempre detto di voler combattere.
Quel che risulta evidente è che così, allo stato brado e animalesco, senza la benchè minima maturità politica, la Sinistra non andrà da nessuna parte. E se questa è la Sinistra... forse è meglio così.

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