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FRAMMENTI Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso... (De Andrè - Fiume Sand Creek) La maggioranza sta come una malattia, come una sfortuna, come un'anestesia, come un'abitudine... (De Andrè - Smisurata Preghiera) Un'idea sbagliata si chiama errore e se applicata si chiama sopruso. La somma di tutte le idee sbagliate si chiama maggioranza e se applicata la chiamano democrazia.
Sto leggendo:

Roberto Saviano - Gomorra
Sto ascoltando:
 Coro delle Mondine di Bentivoglio - Pugni di riso
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28 luglio 2011
#04
Passo dopo passo, piede dopo piede, frutteto dopo frutteto. Dietro di sè sempre la cenere. Non aveva fame, eppure sarebbe stato normale. Del sudore nemmeno un indizio. In gola ancora quel groppo. Fu allora che il cammino si interruppe. Stava passando vicino ad un vecchio casolare abbandonato, una di quelle cascine pericolanti lasciate a se stesse molto tempo prima da contadini persuasi a inseguire i sogni e le promesse mendaci della città. Quelle rovine che nessun poteva più abitare, quei ruderi mai ristrutturati e mai abbattuti: trofei lasciati a marcire per simboleggiare la schiacciante vittoria del modello industriale, dell'ordinamento finanziario, il tripudio dell'effimero.
Fu passando a qualche centinaio di metri dal casolare che con la coda dell'occhio percepì un bagliore. In un primo momento non vi prestò molta attenzione. Il caldo, il lungo cammino o quella giornata strana potevano benissimo aver generato qualche suggestione. Poi quel guizzo si ripetè e lui lo vide più distintamente. Proveniva dal casolare e sembrava uno di quei giochi che si fanno con il sole e uno specchio. Guardò meglio e non vide auto, rottami o qualunque altra cosa che potesse contenere parti metalliche. Quel guizzo di luce si ripeteva irregolare e dispettoso e proveniva proprio dal casolare diroccato.
Decise di abbandonare la strada principale e incamminarsi nella cavedagna che conduceva all'edificio. Il passo ora era più lento e prudente, lo sguardo non più fisso ma guardingo. Man mano che si avvicinava, lo specchio di luce cominciò a posarsi sul suo corpo. Su una spalla, sul ventre, in pieno viso. Quando fu ad una ventina di metri dalla costruzione, gli parve di sentire come una risata, poi il riflesso sparì e non ricomparve più. D'istinto si mise la mano alla cinta dove teneva il coltello e rallentò nuovamente il passo, quasi a renderlo impercettibile all'udito. A pochi metri dall'abitazione la vegetazione si faceva incolta e ostile. L'ortica ad altezza d'uomo cedeva il passo solo a rovi intricati e i rampicanti che avevano interamente ricoperto la facciata sembravano soffocare i mattoni. Cercò di farsi strada tra le erbacce più rade e con prove di equilibrismo riuscì a raggiungere l'uscio. Si voltò un attimo per memorizzare il percorso e, appena girò la testa, sentì di nuovo quella risata.
| inviato da smisuratapreghiera il 28/7/2011 alle 9:37 | |
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27 luglio 2011
#03
Passò un'altra ora abbondante di cammino spedito, quando si accorse che non stava sudando. Il sole era quasi allo zenit, la temperatura esterna piuttosto alta. Eppure non sudava. Sentiva il sangue scorrere nelle vene e dilatare i capillari, il cuore pulsare sordo e regolare, il fiato grosso e profondo. Tutto doveva ricondurre ad una intensa sudorazione. Eppure nulla. Si arrestò un attimo per innescare la reazione, lasciare che i pori si aprissero e sputassero fuori la condensa che doveva per forza ribollire nella pelle. Niente. Non si preoccupò, del resto quella mattina, che doveva essere uguale a tutte le altre, si era già denudata di molte abitudinarie banalità.
Alzò lo sguardo che fino a quel momento era rimasto ben incollato alla strada. Da sotto il frontino del berretto si accorse di essersi già allontanato molto dalla città. Ora poteva scorgere l'orizzonte, dritto e pulito. Nessuna costruzione a frastagliare la linea. La presenza umana non era scomparsa, quella non scompare mai del tutto. Ha pervaso ogni spazio possibile lasciando la sua impronta invasiva. Là, però, era appena percettibile. A riempire la visuale erano distese di grano che parevano infinite. Bionde spighe che ondeggiavano alla brezza come gli sciabordii imperfetti delle onde del mare che spumano sulla riva. In quel momento il richiamo che lo aveva portato ad incamminarsi senza una chiara destinazione iniziò a pulsare come un'astinenza. Egli obbedì e si rimise in cammino, addentrandosi sempre più negli spazi liberi e lasciando alle spalle la fabbrica di trucchi che divorano il silenzio.
| inviato da smisuratapreghiera il 27/7/2011 alle 8:41 | |
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26 luglio 2011
#02
Uscì di casa, vestito con poco più del necessario. Il coltello alla cinta, scarpe resistenti e il berretto sul capo. Passò di fianco alla macchina posteggiata e la ignorò. Proseguì con andatura sostenuta fino alla strada principale. L'attraversò e prese la direzione che porta fuori. Camminò per un'oretta, lo sguardo fisso davanti a sé, due occhi che sembravano seguire una linea immaginaria che conduce alla meta. Ogni passo aveva il suono del crepitìo del fuoco che consuma i bordi del legno per arrivare al cuore del ceppo. Ogni pezzo di strada percorsa era cenere che si sbriciola senza lasciare brace, cancellata come il passaggio di una gomma che rincorre la matita del disegnatore. Piede dopo piede, passo dopo passo, l'incedere sicuro come a voler raggiungere l'orizzonte, come se potesse farlo. Ora il cielo era un po' più terso, l'aria un po' meno densa di agenti cancerogeni e polveri sottili. Il traffico era meno febbrile, le auto gli balenavano accanto veloci, seguite dalla folata che si trascinano appresso. Il ritmo del cammino, però, restava costante. Non era certo quel tenue alleggerimento a potergli liberare la gola, né quello era il suo obiettivo, poiché aveva capito. Ora gli edifici cominciavano a farsi più radi e a lasciare qualche spazio alla terra per respirare. Quegli sparuti fazzoletti di verde sembravano avere il fiato corto. I ciuffi d'erba non brillavano di un verde sano e robusto, ma apparivano acciaccati, ingialliti come le dita di un vecchio fumatore incallito. Tanti piccoli denti intaccati dal tartaro che spuntavano faticosamente dalle gengive della terra. La marcia procedeva senza sosta e nella stessa direzione. Guardando dall'alto il suo percorso, si poteva indovinare una traiettoria quasi elettromagnetica, come di un metallo attirato da una potente calamita, un richiamo ancestrale, biologico, istintivo.
| inviato da smisuratapreghiera il 26/7/2011 alle 7:33 | |
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25 luglio 2011
#01
Quella mattina non doveva avere nulla di particolare. Era, come tutte le altre, il frutto straordinario e imperfetto della rotazione terrestre e della misurazione temporale che l'uomo vi ci ha disegnato addosso. Nessuna luce da cartolina, nessun fenomeno atmosferico fuori dall'ordinario, il volo degli uccelli seguiva le rotte di sempre e il clangore del traffico della città aveva cominciato puntuale.
Quella mattina si svegliò con la gola secca, come del resto succedeva spesso. Aria stagna della notte e acredine di sigarette della serata precedente. Tese le labbra al bicchiere, rimedio ormai quasi automatico, ma il primo sorso non lavò via il groppo. Tentò di schiarirsi e ripetè l'operazione. Niente. Per nulla vinto, si attaccò alla bottiglia, persuaso a scolarsela fino a quando la sua gola non sarebbe stata libera. Getto dopo getto, sorso dopo sorso, apnee sempre più lunghe e palliative. Nella foga di quella sete coatta, l'acqua gli scivolò anche dai bordi delle labbra e bagnò il mento, scese sul collo fino a impregnare la maglietta.
Riprese fiato che la bottiglia era a secco e l'arsura delle fauci era identica a prima. Fu allora che capì. Non era malato, non bastava bere, mangiare o cambiare l'aria. Quel coagulo asciutto e persistente che aveva preso dimora nella sua laringe era ineluttabilmente il segnale che nulla sarebbe più stato come prima e che era giunto il momento di agire.
| inviato da smisuratapreghiera il 25/7/2011 alle 8:24 | |
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12 luglio 2011
Diviso
Diviso. Da un lato l'instancabile vocazione all'ottimismo che mi spinge ad intravedere una soluzione. Dall'altra un'angoscia nera che mi suggerisce di non farmi illusioni e che tutto andrà per il peggio. Diviso. Da una parte la rabbia e la convinzione di non meritarsi tutto questo. Dall'altra la mancanza e un voluttuoso sentimento di dolcezza. Diviso. Da un lato sbigottimento nel non riconoscere più chi fino a ieri mi stava accanto, dall'altro la speranza che si sprigioni la linfa ancestrale che ci ha legati e spazzi via questa nube tossica che ci avvolge. Ho sempre desiderato essere un uomo saggio e mite. Ho sempre desiderato correggere la mia impulsività e sciacquarmi dall'ingenuità bonaria in favore di una conoscenza non ostentata che mi guidi in momenti come questi.
Diviso. Da un lato so di possedere ancora quell'alchimia che è riuscita a conquistarla una volta e volerla usare per ripetere l'incanto, dall'altro non so se sia davvero questa la soluzione, se giocare nuovamente le mie carte serva sul serio a raddrizzare le cose o sia stato un escamotage buttato lì per non doversi sputare in faccia una cruda realtà. Come può essere successo tutto così in fretta? Perché abbiamo permesso che succedesse? Perché non percepisco un'eguale voglia di aggrapparsi ad un'àncora di salvezza?
| inviato da smisuratapreghiera il 12/7/2011 alle 6:8 | |
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3 dicembre 2008
Mi prendono per il culo
Ho l'impressione che mi prendano per il culo. Chi? Per cosa? Procediamo con ordine. Nella mia modestissima attività di consigliere comunale di un paesino di settemila anime, così come nelle varie associazioni di cui faccio parte (in modo da non avere un minuto di tempo libero) mi capita di fare interventi su diversi argomenti in discussione. In particolare, in politica ho preso l'abitudine ad intervenire solo sulle questioni di cui sono a conoscenza, perché sono troppo pigro per far funzionare il cervello e costringerlo a costruire frasi che non vogliano dire niente, ma che suonino efficaci. Il mio problema è che non so mentire, non so fingere di intendermene, non ho l'immenso dono della retorica paracula. Un limite o una questione etica, vedetela come vi pare. Insomma, intervengo solo su argomenti in cui ho una certa competenza, su cui mi sono documentato, su cui vertono i miei interessi e i miei approfondimenti. Si possono sintetizzare in cinque temi: ambiente, energia, stili di vita, politiche giovanili, cultura. Ho anche il vizio di ragionare su queste cose, forse per colpa di un'educazione vetero-marxista, infarcita del pensiero critico di quei culattoni della Scuola di Francoforte.
Ok, vengo al punto. Gli interventi che faccio su certi argomenti riscuotono molto successo nei dibattiti in corso. Spesso ricevo apprezzamenti per la profondità delle riflessioni e altrettanto frequentemente le mie parole vengono citate da chi interviene dopo di me. E' un susseguirsi di "Come giustamente ha detto Alessandro...", "Alessandro ha detto una cosa vera", "Alessandro ha centrato il punto". Mi è capitato anche che per esprimere apprezzamento, qualcuno infrangesse anche regole istituzionali, tipo applaudire in Consiglio Comunale.
E allora di cosa mi lamento? Non è per caso appagata la mia autostima? No. Perché mi prendono per il culo. Mi spiego. Non mi prendono per il culo per quello che dico, gli apprezzamenti e le citazioni dei miei discorsi non sono ironiche, sono reali. Il problema è che all'apprezzamento non segue mai nulla. Se le mie idee e le mie parole anticipano il pensiero di tante persone, se si sentono in dovere di citarmi per riuscire ad esprimere meglio le loro opinioni, se veramente quel che dico è significativo... perché cazzo non mi hanno mai proposto nulla? Perché se dimostro di saperne e di capirne più di molti altri su certi temi, perché cazzo non mi viene offerto di lavorare concretamente su quei temi? Perché cazzo non mi propongono di affidarmi un incarico, una responsabilità, la possibilità di applicare quel che dico?
La prima risposta è: mi prendono per il culo. La seconda risposta, maturata in lunghi momenti di indagine introspettiva, è: non mi ritengono affidabile. L'attuale politica è gestita dai mediocri obbedienti, uno spirito critico potrebbe creare troppi problemi. E allora, per piacere, se pensate che abbia idee valide, ma non sia abbastanza moderato e obbediente da considerarmi affidabile, vi chiedo lo sforzo di trattenere gli apprezzamenti ed evitare le citazioni di quello che dico.ù Grazie.
| inviato da smisuratapreghiera il 3/12/2008 alle 22:37 | |
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10 novembre 2008
Perdere senza aver partecipato
Con le tue finestre aperte sulla strada e gli occhi chiusi sulla gente
con la tua tranquillità, lucidità, soddisfazione permanente
(...) col permesso di trasmettere
e il divieto di parlare
e ogni giorno un altro giorno da contare.
Com'è che non riesci più a volare
com'è che non riesci più a volare
com'è che non riesci più a volare
com'è che non riesci più a volare
(Canzone per l'estate - Fabrizio De Andrè)
I sogni non sono fatti per essere rinchiusi in un cassetto ad ammuffire. I sogni sono fatti per essere coltivati e, quindi, realizzati. Non è un verbo a caso, coltivare. Racchiude in sè un significato preciso, è una metafora azzeccata. Se la vita è un campo di terra, coltivare i sogni implica dissodare il terreno, concimarlo, seminare, innaffiare. Una fatica incredibile, ma che non supererà mai la gioia della fioritura e la sazietà della raccolta. Se invece si rinuncia a coltivare, ben presto cresceranno erbe infestanti che sceglieranno per noi come e dove crescere. Erbe che non daranno alcun frutto e men che meno gioia.
Viviamo in una dittatura di terreni incolti ed erbe infestanti. E proprio perché infestanti, queste erbacce cercano in tutti i modi di soffocare una possibile coltura, aborrono e scherniscono chi solo parla di seminare. C'è voluta appena una generazione. Una sola generazione per far ammalare le persone di conformismo. Drogati da un benessere fittizio, convinti a suon di spot e slogan, comprati e, dunque, asserviti a modelli prestabiliti.
E così viviamo da automi, talmente privati della libertà da essere stati educati a chiamarla utopia. Menti confuse che non sanno più distinguere il reale dal possibile, considerando ciò che esiste come l'unica forma avverabile e, in estrema sintesi, giusta. Oltre a tutto questo ci hanno resi soldati del Pensiero Unico, crociati che combattano ogni ipotesi diversa. Spaventati da essa e, quindi, violenti nel volerla contrastare. Difensori, non importa se volontari o meno, del modello dominante, sedotti dal "se la maggioranza vive in un modo, allora quello è il modo giusto".
E' in questo contesto che mi sono sentito dire, ad esempio, che ad una certa età si vota il meno peggio perchè si ha la responsabilità di una famiglia da mantenere. Me lo sono sentito dire nonostante il "meno peggio" in questione abbia prodotto solo fallimenti che hanno peggiorato le condizioni di quella famiglia stessa. E mi sono dovuto persino sentir dire che se voto secondo coscienza e per ciò che mi rappresenta, lo faccio perchè sono giovane ed inesperto. Meglio così: almeno nella sconfitta sono in pace con la mia coscienza. Non penso possa dire altrettanto chi ha perso allo stesso, senza nemmeno la consolazione di aver ascoltato la propria coscienza.
Che dire poi se cerco di fare della mia vita ciò che voglio? Se cerco un lavoro che mi piaccia e mi batto per mantenerlo? Se anzi il mio lavoro me lo costruisco? Se non mi rassegno a fare un lavoro qualunque, da sfruttato qualunque, con un capo bastardo qualunque? La risposta è che non vivo con i piedi per terra, che non so come va il mondo. E io pensavo che coglione fosse chi accetta sempre senza obiettare, chi si lascia sfruttare per fare ciò che non ha mai amato fare, chi si rassegna, chi muore dentro, chi non riesce più a volare, come cantava De Andrè.
Se poi sogno uno stile di vita diverso da quello dominante, se abbandono la corrente per pensare un progetto diverso, ecco che si leva il coro dell'ostilità, si moltiplicano i bastoni fra le ruote, cominciano i rosari dei "non sai fare", "non hai idea", "non è possibile", detti da gente che non ci ha mai neppure provato, che non ha voce in capitolo.
Sono disposto a correre il rischio di essere una delle tante etichette che mi hanno cercato di appiccicare. Pronto a riconoscere di essere un illuso, un idealista, uno sprovveduto, un inesperto, un matto, un ingenuo, un emarginato. Sono pronto ad accettarlo perché anche in quel caso io potrò dire di aver avuto una vita degna di essere vissuta. Non altrettanto potrà dire chi si è sempre adeguato, chi ha lasciato crescere l'erbaccia nella propria vita invece di coltivare un sogno, chi ha deciso, per senso di non si sa quale responsabilità o più probabilmente per stupidaggine, di perdere senza nemmeno aver partecipato.
| inviato da smisuratapreghiera il 10/11/2008 alle 13:25 | |
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23 ottobre 2008
Veltroni e la tabaccaia di Amarcord
E' inutile, Walter Veltroni proprio non ce la fa a fare l'opposizione. E' più forte di lui, non è nel suo dna. L'ultima mancata presa di posizione riguarda le dichiarazioni di Berlusconi circa la protesta studentesca diffusasi ormai in tutta Italia. Il Cavaliere ha minacciato di mandare la polizia a manganellare gli studenti che occupano scuole e facoltà. Una minaccia inaccettabile, una risposta che si addice molto più ad un regime totalitario (...) che ad una democrazia. E il problema è che questo governo è capace di farlo. Nemmeno queste minacce piuttosto esplicite, però, sono riuscite a destare l'orgoglio, la dignità, perfino il senso civico del leader del Pd. Poteva rispondere qualsiasi cosa, poteva condannare senza appello quelle parole, oppure poteva puntare a gesti simbolici dicendo che i parlamentari del Pd avrebbero costituito un cordone umanitario per proteggere gli studenti. Poteva persino constatare quanto la destra sia in difficoltà per la protesta del mondo della scuola. No. Non ci è riuscito nemmeno questa volta. Tutto quello che Veltroni ha saputo dire è: "Berlusconi soffia sul fuoco". Un'ovvietà. Completamente inutile peraltro. Quando ho letto le parole flebili del leader del Pd mi è venuta in mente una scena dell'indimenticabile "Amarcord" di Federico Fellini, in cui la spettacolare tabaccaia maggiorata prende fra il proprio enorme seno un ragazzino per iniziarlo alla sessualità. Il ragazzino, invece di succhiare i capezzoli si mette a soffiare e la tabaccaia, per contro, lo ammonisce: "Ma cosa fai? Soffi?!". Insomma, Veltroni mi sembra la tabaccaia di "Amarcord" che, rivolta all'inesperto Berlusconi, gli dice: "Ma cosa fai? Soffi?!".
pd
opposizione
scuola
| inviato da smisuratapreghiera il 23/10/2008 alle 18:49 | |
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8 settembre 2008
Pensiero di una notte storta in una settimana sbilenca di un mese a rovescio
Crescere vuol dire perdere la nitidezza delle cose, vedere affievolirsi i confini delle proprie certezze. La preoccupazione prende il passo sulla leggerezza, lo squallore sulla dolcezza. Le emozioni si sopiscono, inscatolate in archivi del cuore tenuti sotto chiave. Raramente escono, raramente c'è qualcosa o qualcuno che riesce a forzare la serratura. Si confonde l'accontentarsi con l'equilibrio, rinunciando a quest'ultimo per percorrere freneticamente sentieri già tracciati e fin troppo stretti. Si perde il senso della necessità, ci si convince di avere bisogni che in realtà non si sono mai provati ed ecco che, senza nemmeno accorgersene, ci si trova vittime dell'omologazione. Il possesso, l'avere, il disporre sono feticci per farsi gestire meglio. Finchè si alimenterà la dipendenza da questi feticci si vivrà come bestie allevate con molti bastoni e qualche carota.
Non è opportuno sostenere economicamente speculazioni commerciali per abitudine o, peggio, per imbarazzo. L'integrazione arrendevole è quanto di più deleterio possa capitare, perché si assorbono i vizi, i limiti e i difetti della cultura maggioritaria.
| inviato da smisuratapreghiera il 8/9/2008 alle 15:6 | |
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7 settembre 2008
Frase del giorno/1
"Gli artisti sono gli anticorpi che la società ha contro il potere. L'artista non deve integrarsi." Fabrizio De André
artista
potere
anticorpi
| inviato da smisuratapreghiera il 7/9/2008 alle 23:5 | |
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